‘Dio’ (Quello che può rivelare lo spiritismo)

Dio 
di Tito Alacevich

Quello che può rivelare lo spiritismo
(Ortica editrice società cooperativa)

E’ il gran libro della natura che contiene tutta intera la mente di Dio.
Il torto degli uomini è di essersi dati a false civiltà, a false religioni, ad utopie d’ogni sorta, ad usi e costumi, che li rendono schiavi di tutto; di essersi insomma allontanati dalla Natura.

Parti scelte da Dio,  l’Uomo,  l’Al di là

Capitolo I

La scienza positiva ha altamente proclamato che, in questo mondo, nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma.
Questo assioma non può essere in alcun modo oppugnato; esso è scritto nel gran libro della Natura, in tutte le sue pagine, sulla Terra, nel Cielo, nelle acque ed in ciascuno dei suoi regni: animale, vegetale e minerale.
Generazione spontanea non c’è; da vita nasce vita, da cosa nasce cosa; niente può nascere dal nulla, e nessuna cosa può completamente annullarsi.
[…]

Capitolo II

Tutto quello che andremo dettando su queste pagine è basato sulla semplice osservazione dei fatti e fenomeni della Natura.
Non intendiamo fare della filosofia fantastica e trascendentale, ma delle osservazioni e deduzioni. La Natura ha per i nostri occhi e per la nostra mente meno segreti di quanto si creda. La Natura, colle sue magnifiche opere, si manifesta all’uomo in tutta la sua sincerità ed evidenza. Essa non chiede che di essere guardata e studiata. Essa ci dà la chiave di tutti i suoi pretesi segreti. Sia a noi di sapere e di volere guardare, studiare e comprendere. Perché l’Ente Universale dovrebbe tenersi appartato da noi? Perché l’Universo dovrebbe essere per noi una conoscenza astratta? perché dovremmo dare all’Ente unico ed universale delle forme arbitrarie, delle mansioni fantastiche, dei capricci umani o bestiali, delle passioni ecc.?
Basta alzare gli occhi in alto, al di sopra di noi ed intorno a noi, per riconoscere la verità, senza il sussidio della teosofia, della filosofia, né di alcuna scienza divina o umana.
[…]

Capitolo III

Noi non dobbiamo occuparci in queste pagine se non di ciò che avviene sulla Terra per opera del Sole.
La Natura universale ci interessa solo nelle sue grandi linee. E’ alla Natura terrestre, invece, che deve essere rivolta tutta la nostra attenzione. Noi dobbiam cercar di conoscere prima noi stessi, quindi gli esseri e le cose, che vivono con noi ed intorno a noi, e, infine, l’ambiente in cui si svolge la nostra esistenza e quella degli altri organismi viventi della Terra.
[…]

Capitolo IV

Perché si vive?
Ecco una domanda, che ogni essere pensante e ragionante porrà certamente a se stesso centinaia di volte nel corso della sua esistenza sulla Terra.
Le risposte variano secondo le dottrine religiose e filosofiche, che ognuno professa.
E’ generalmente nei momenti di sconforto, in presenza di una sventura, o quando l’uomo, dopo aver lottato, si sente sconfitto, è generalmente allora che ricorrono sul suo labbro le parole: perché si vive? perché siamo a questo mondo? che scopo ha questa esistenza piena di dolori e delusioni?
Ma l’uomo non sempre riflette che la vita è un’immensa ricchezza, una ricchezza, per meritare la quale nulla abbiamo fatto e innanzi a cui tutti i tesori della terra contano meno di uno zero. L’uomo non considera che la sua vita vale quanto tutto l’Universo, perché se la sua dovesse finire, ogni cosa finirebbe per lui ed allora sarebbe come se l’Universo si annullasse. Infine l’uomo non pensa che la sua vita è tanto necessaria, che, senza di essa, l’Universo non potrebbe sussistere, né sarebbe eterno ed immortale.
Domandare: perché viviamo? è come chiedere: perché esiste il Mondo? perché esistono tutte le cose?
La nostra vita è talmente legata al Tutto, che noi viviamo per le stesse ragioni e con le identiche finalità, per cui vive il Tutto.
A ragion di logica noi veniamo al mondo per vivere e per contribuire alla continuazione della vita universale.
Noi dobbiamo vivere e godere la vita; quindi non dobbiamo né amareggiarla a noi, né renderla penosa agli altri. All’infuori del godimento della vita, non abbiamo altre missioni in questo mondo; e per convincerci della verità di questo asserto, non c’è bisogno di essere né filosofi, né teologi; basta porre attenzione a ciò che è la vita per tutti gli altri esseri animati. Perché, infatti, vivono gli animali? Ma è così chiaro: vivono per vivere e per godere della vita. Non esiste animale, in tutti i regni della Natura, che viva per altre ragioni all’infuori di questa. Perché la vita dell’uomo dovrebbe avere scopi diversi? D’altronde non riconosciamo noi stessi che colui che sa godersi la vita è l’essere più felice? E non proviamo tutti noi la massima delle felicità, il più intenso dei godimenti negli istanti in cui ci rendiamo strumenti per la propagazione di altre vite? Infine, i veri, i sani piaceri di ogni donna e ogni uomo non sono forse quelli in cui la vita si rinforza e si rifà, coll’alimento, col sonno, col lavoro e coll’esercizio fisico ed intellettuale?
Una prova indiscutibile dell’immenso valore della vita e della felicità del vivere la si ha nell’attaccamento che i vecchi decrepiti provano per la vita, è perché costoro sentono che stanno per perdere un tesoro inestimabile. E così i malati che recuperano la salute, quanta felicità non provano nel sentir ritornare le forze e rifarsi le energie! E il sordo, che riacquista l’udito! e il cieco, che torna a vedere! e il prigioniero, che ridiviene libero!
Godere la vita, significa essere felici; ed ogni uomo può essere felice purché lo voglia.
Non si è infelici, se non perché si vuole esserlo, e disgraziatamente son troppi gli uomini e donne che vogliono ad ogni costo essere infelici.
Quali le ragioni di questo strano traviamento?
Moltissime; ma una le sintetizza tutte: la misconoscenza dei nostri doveri verso la Natura.
Ci spiegheremo subito.
L’uomo, sia per gli esempi ricevuti che per l’educazione, che gli hanno dato, si ostina a non voler considerare quello che egli realmente è, e quello che realmente sono gli esseri e le cose che lo circondano.
L’uomo non si accorge o non vuole accorgersi che tutti gli animali, nessuno eccettuato, sono felici. Egli non vede o non vuol vedere che tutto ciò che è intorno a lui, è bello e giocondo, e che dovunque egli volga lo sguardo è una festa di colori è un tripudio di bellezze e di armonie. Questa sua ostinazione nel non pensare e nel non vedere, gli impedisce di mettersi in carattere coll’ambiente. Egli dunque rimane infelice in mezzo ad una Natura felicissima, tra miriadi e miriadi di esseri viventi, tutti felici.
L’uomo ha imparato a non apprezzare la Natura per quello che essa veramente è, ed a giudicare se stesso come un essere che non debba prendere lezioni se non dai propri errati convincimenti e da quelli dei propri simili. La Natura è chiamata, è vero, maestra; ma per l’artista, che ne copia i dettagli esteriori, e per il poeta, che ne decanta il fascino superficiale. Lo stesso pensatore e filosofo, che cerca di scrutarne i misteri più profondi, trascura ciò che è più vero e ciò che meglio risalta agli occhi del profano: la felicità della vita. Eppure è questa la sola, l’unica ragione dell’esistenza non solamente di ogni singolo essere, ma dell’Universo intero. Non si nasce e non si vive per altro scopo se non per essere felici; chi si attacca alla felicità corre verso una vita sempre migliore; chi si affida allo sconforto, galoppa verso lo sfacelo del corpo e dello spirito.
Il torto degli uomini è di essersi dati a false civiltà, a false religioni, ad utopie d’ogni sorta, ad usi e costumi, che li rendono schiavi di tutto; di essersi insomma allontanati dalla Natura.
L’uomo – per così dire – ha creato fra sé e la Natura un abisso senza fondo. Si è talmente staccato dalla Natura da rendersene quasi estraneo e da non vederla più che attraverso la lente dei più goffi pregiudizi.
Il suo Io incosciente lo ha portato alle più alte vette dell’orgoglio. L’uomo ha voluto credersi superiore ad ogni essere vivente, si è proclamato padrone di tutte le vite e si è dato la patente di semidio o di Dio addirittura, il giorno in cui è riuscito a scimmiottare la Natura in qualcuna delle sue magnifiche opere, o a carpirle talune delle sue inesauribili energie.
L’uomo ha creato a se stesso non uno ma migliaia di piedistalli, affinché a tutti i suoi simili fosse libera la corsa alla grandezza, al dominio ed alla gloria. Ma questa gara non poteva riuscirgli che nefasta, perché essa ha sprigionato tutte le passioni; l’emulazione e l’ambizione, da principio; la rivalità, l’invidia, la gelosia, l’odio, l’esecrazione ed il disprezzo, da ultimo.
E sono proprio queste passioni, che alimentano l’infelicità degli uomini. Esse hanno soppressa o estenuata in lui la fonte dell’amore ed hanno gettato la famiglia umana nel più miserevole scetticismo per ciò che riguarda gli scopi e gli obbiettivi della sua esistenza sulla Terra.
Ma l’uomo, pur sentendosi infelice, non si ristà per questo, dal tendere con tutte le sue forze e con tutte le sue speranze verso un ideale di esistenza migliore, anzi verso il conseguimento completo del bene, che gli manca; egli fissa a se stesso una mèta o più mète e vi si incammina o col pensiero, o col desiderio, o – quando crede la mèta facilmente raggiungibile – coi propositi e cogli atti. Ma il giorno, in cui è riuscito vincitore nella lotta ed è giunto anche ai più alti culmini del successo, in quel giorno ha realmente egli conseguita la felicità? No. Sente che gli mancano ancora molti elementi per potersi dire pienamente soddisfatto, o che il bene ottenuto non è quello che dà la contentezza vera e duratura.
[…]
Qualunque siano l’altezza sociale, la prosperità economica, la messe degli applausi, gli incensi delle folle, l’uomo e la donna, raggiunto ed eventualmente oltrepassato ogni possibile successo, avranno ancora qualche cosa a desiderare, anzi avranno da desiderare più di prima; e, per poco che si arrestino il coro dei laudatori ed il clangore della fama, si sentiranno più infelici che mai e magari invidieranno il povero, l’oscuro, il derelitto. Che dire poi di questi beniamini della fortuna quando sentiranno prossima a scoccare l’ora della dipartita! Non se ne troverà uno solo, a cui lo splendore dei successi riportati illumini le speranze supreme e quelle d’oltre-tomba. Non ve ne sarà uno a non rivolgere il suo ultimo pensiero alla caducità delle cose terrene e dalla inanità delle grandezze umane.
Ma dunque l’uomo, per essere felice, non dovrebbe avere alcuna ambizione, non dovrebbe mai guardare in alto? L’uomo dovrebbe uniformare in tutto e per tutto la sua vita a quella degli altri animali?
No; l’uomo ha delle ricchezze intellettuali, che mancano a tutti gli altri esseri animati ed egli deve, quanto più è possibile, mettere a profitto le doti del suo spirito, ma mirando non a soddisfare unicamente il proprio egoismo e la propria vanità, se non ché a contribuire colle energie della sua anima e del suo corpo al benessere morale e materiale di tutti, che, in fondo, sarà anche il benessere suo.
Quando diciamo che l’uomo deve godersi la vita, non intendiamo imporgli di spassarsela fra gozzoviglie e frivolità e di non curarsi del dimane. Il dovere di vivere impone all’uomo anche il dovere di operare, ed operando rettamente ed a profitto di tutti, egli diverrà il più felice degli esseri animati. Solamente è necessario che egli si faccia un giusto concetto della sua missione sulla Terra e conformi la sua opera a quella della Natura.

Capitolo V

Dacché esiste una storia documentata del genere umano, anzi dacché esiste l’uomo stesso sulla Terra, ci sono state sempre delle Religioni, e queste divennero tanto più numerose quanto maggiore fu la diffusione delle razze.
In origine non dovevano esservi che poche religioni, poi diventarono centinaia e migliaia, e la tendenza è ad aumentare ancora, perché l’Umanità terrestre cammina tuttora sul lato ascendente della sua parabola.
[…]

Capitolo VI

Gli uomini hanno bisogno di credere; gli uomini hanno bisogno di amare; gli uomini hanno bisogno di adorare.
E sia pure! Nessuno ha il diritto di soffocare nelle anime umane questi sentimenti e tendenze.
Ma credere al Falso è una cosa e credere al Vero è un’altra. Amare tutto ciò che non c’è, o ciò che è cosa morta, non è un sentimento naturale e sano, ma una morbosità.
[…]
Ami l’uomo i suoi genitori, i suoi figli, i suoi amici, i parenti e non parenti, i vicini ed i lontani; ma ami più coloro che fanno ancora parte della vita terrena che coloro che non vi appartengono più.
Se l’uomo potrà amare anche gli altri esseri viventi che lo circondano, gli animali, gli alberi, i fiori, il suo amore non sarà mai collocato male.
[…]

L’Ortica editrice persegue con i fatti quella solidarietà così lontana dall’attuale competizione fratricida.
E’ animata da idee che sole possono dar moto alle vicende umane.
E’ animata dallo spirito di cooperazione, dall’amicizia, dalla fratellanza, dall’armonia possibile fra tutti gli esseri viventi.

Io non credo in nessun dio veramente pensante che prende nota della caduta di ogni uccello in Australia e di ogni insetto in India, un dio che registra tutti i nostri peccati in un librone d’oro e ci giudica quando moriamo… non voglio credere in un dio che crei volontariamente persone cattive e poi volontariamente le spedisca ad arrostire nell’inferno che ha creato lui. Questo no. Però credo che ci debba essere qualcosa. Una misteriosa forza insensata e rivolta al bene. La forza che evita agli adolescenti ubriachi, non proprio tutti ma quasi, di schiantarsi in automobile quando rientrano a casa dal ballo di fine anno o dal loro primo grande concerto rock. Che evita che la maggior parte degli aerei precipitino anche quando si guasta qualcosa. Non tutti, ma quasi. Dico io, il fatto che dal 1945 nessuno abbia usato un’arma nucleare su esseri viventi fa pensare che ci debba essere qualcosa dalla nostra parte. Prima o poi qualcuno lo farà, si capisce, ma settant’anni… sono un sacco di tempo.
C’è qualcosa che ci impedisce di mollare anche quando vorremmo, anche quando rinunciare avrebbe molto più senso che insistere. C’è qualcosa che impedisce alla gran parte di noi di morire nel sonno. Non un dio perfetto, misericordioso e onnisciente, non credo che ci siano prove a sostegno di questa tesi, ma una forza sì.

(un Anonimo della rete)

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