Né ribelli, né sottomessi

Cresciamo con una educazione che ci insegna a vedere gli altri come antagonisti, come se la competizione fosse l’unica possibile relazione. Da qui l’idea che ci debba essere un vincitore ed un vinto in ogni caso: se parliamo non lo facciamo per comunicare e confrontarci, ma per imporre la nostra idea; se lavoriamo assieme non riusciamo a coordinare le varie esperienze e punti di vista; se siamo in gruppo creiamo maggioranza e minoranza in contrasto; se siamo in società cerchiamo di essere o seguiamo il più intelligente, il più furbo, il più bello. Abbiamo bisogno di un antagonista per capire come agire e ci allontaniamo sempre di più dal nostro vero sentire profondo, perché reagiamo di ripicca e non per sentimento. E questo avversario aumenta sempre più di potere tanto più gli diamo importanza: lo facciamo diventare il punto di riferimento del nostro agire, fino a farci condizionare, fino a ribellarci o sottometterci a lui, fino a scaricare su di lui ogni responsabilità di ciò che succede.
Il reagire con rabbia ci toglie forza, mentre l’ubbidire passivo ci toglie fantasia. La forza ci viene meno perché l’energia, anziché fluire verso uno scopo, esplode in modo devastante per entrambe le parti, fino ad essere un duello all’ultimo sangue. La fantasia viene eliminata perché, anziché esprimere le proprie peculiarità e intenzioni, ci adattiamo a schemi preconfezionati, ci impigriamo in soluzioni apparentemente più comode.
Una educazione al potere condiviso, né imposto, né delegato, dovrebbe essere di importanza elevata per uscire da questa visione di conflitto. Siamo sempre in lotta per avere considerazione, come se qualcuno dovesse darci l’autorizzazione ad esistere, il permesso di essere quello che si è. Siamo noi stessi che creiamo il potere che ci reprime. Quando nel mio intimo do’ importanza al denaro, sostituendolo ad altri valori, agirò in modo di dargli forza ed importanza, preferendo, ad esempio, di andare a lavorare per avere più soldi, anziché restare a casa con i miei figli.
Sono scelte personali motivate, ma così insegnerò anche a loro che lavorare per denaro è più importante dei sentimenti, di loro stessi e contribuirò a creare una società basata su un’economia speculativa e consumista. Ho formato e nutrito così un “mostro” che a lungo andare o mi schiavizzerà (sottomesso) o contro cui dovrò lottare (ribelle) per avere il diritto alle ferie, all’aumento di stipendio, all’indennizzo di disoccupazione, ecc. ecc. A ciò mi ribellerò o mi sottometterò: quanta energia e fantasia sciupata! Se ogni singolo rimanesse “a casa”, sulla terra, sul suo posto e mettesse a disposizione del suo habitat (gruppo sociale, se stesso, ambiente ecc.) la sua forza e la sua fantasia, tutti e lui per primo ne avrebbero beneficio nel provvedere al proprio sostentamento. Come nelle società di nativi, di mutuo soccorso, la ricerca vera comune è quella del benessere condiviso: il cibo che ognuno si è procurato secondo la propria forza, fantasia, conoscenza, intuizione del momento viene ripartito tra tutti. Ognuno sa che qualora non potesse averne per una temporanea difficoltà, verrà nutrito dalla comunità. La costruzione di casa e i lavori di campagna in gruppo sono molto più veloci. Una decisione presa con i consigli di varie persone tiene conto di molte più eventualità. Inoltre in queste aggregazioni non c’è parassitismo, perché non c’è un superiore che sfrutta, né un inferiore vittima che cerca di farsi furbo.
Il sentirsi paritario a ogni livello di relazione è vitale per il benessere psicofisico individuale e collettivo. Parte dal singolo il formarsi di una società sana, in base a quanto non ci si comporterà né da ribelle, né da sottomesso, trasmettendone l’esempio ai suoi vicini: io ho il problema, io ho la soluzione. Né irrigidirsi, né cedere, ma fluire. Questa difficoltà nel trovare un equilibrio tra il ribellarsi per partito preso e il passivo sottomettersi nasce dalla mancanza di relazione con il proprio padre. Questa figura è venuta a mancare da diverso tempo nell’ambito naturale del bambino. Il padre volontà assente perché è da un’altra parte a fare chissà che cosa, anziché vicino ai figli a trasmettere il suo sapere, torna a casa alla sera stanco (senza forza, sottomesso) o arrabbiato (eccesso di forza, ribelle). Non c’è più in molti casi la visione di una persona che sta sul suo posto, che valuta il da farsi, prende le sue decisioni e le realizza materialmente, oltre a stimolare e consigliare all’interno della famiglia. Questa mancanza di relazione tra padre e figli crea un vuoto a cui ognuno troverà una soluzione, quella che riesce: o qualcuno deve decidere per me o sono solo io ad avere la giusta visione. La prima scelta porta alla ricerca di situazioni di sottomissione alle leggi altrui, al lavoro dipendente, al delegare le responsabilità, al rinunciare alle proprie intuizioni; la seconda all’incapacità di relazionare e lavorare in gruppo, secondo le proprie e altrui esigenze e capacità. La tendenza è o essere privo di iniziativa-fantasia perché si pensa di poter trovare solo situazioni che qualcun’altro ha già organizzato, dove inserirsi passivamente subendole; o non riuscire a coordinare le proprie necessità-potenzialità a quelle altrui per creare situazioni costruttive di gruppo, per la presa di posizione di essere ribelle a tutti i costi. L’equilibrio tra questi due atteggiamenti, perché non siamo né l’uno, né l’altro, è quello di trovare la propria volontà e fluire verso la soluzione desiderata. Come si fa questo? Bisogna comprendere che cosa si intende per gruppo. Il gruppo non è formato da un leader (ribelle) con dei seguaci (sottomessi) che sono ai suoi comandi. Non è una “forza” che sopravviverà al suo capo, perché aggregazione condizionata al destino di quest’ultimo. Il vero gruppo è fatto da tanti individui consapevoli del loro intento che decidono di aggregarsi per il bene comune dei componenti. Ne è chiaro esempio un qualsiasi branco di animali che si muovono in modo fluido secondo la situazione e l’esigenza del momento, privo di un interesse meramente personale. Il proprio intento, che doveva essere coltivato dal proprio potenziale alla nascita, è stato lasciato completamente a se stesso troppo presto e si è bloccato (sottomesso) o indurito (ribelle).
Deve ora cercare una sua direzione come una pianta che affonda le radici nel terreno (potenzialità che il luogo, la famiglia, la società dovrebbero dare) e con la sua volontà innalzarsi verso il cielo (propria aspirazione ed esperienza che serve a vivere). Quindi un individuo non isolato, ma immerso in una relazione vitale col tutto. Non è un ragionamento razionale “a tavolino”, ma un ascolto profondo istintivo del vivente. C’è un racconto sufi: “I pesci del fiume appresero un giorno che gli uomini dicevano che essi potevano vivere solo nell’acqua. E i pesci se ne meravigliarono e si misero ad interrogarsi tra di loro per conoscere se qualcuno sapeva cosa fosse l’acqua. Allora un pesce disse: «Si racconta che c’è nel mare un vecchio saggio pesce che sa tutto; andiamo a trovarlo e chiediamogli cos’è l’acqua». E i pesci si diressero verso il posto del mare dove viveva il saggio e gli chiesero cosa fosse l’acqua. E il saggio rispose: «L’acqua è ciò che ci fa vivere. Se voi non la conoscete è perché vivete nell’acqua e di acqua».”
Caratteristica dell’acqua è quella di fluire e se incontra un ostacolo trova comunque una soluzione perché il suo intento è forte e morbido nello stesso tempo: ha riunito nuovamente la forza del ribelle e la docilità del sottomesso, ricreando l’equilibrio dell’intento che sa qual è la sua direzione. Ci vorrà tempo, pazienza, costanza come la goccia che scava la dura pietra ma, come dicono gli orientali, l’acqua vince sempre. Una volta ritrovato il proprio intento (individuo adulto) potremo confrontarci con gli altri del nostro gruppo sociale. Se c’è stato un rapporto di relazione equilibrata, questo confronto sarà avvenuto giorno dopo giorno durante la crescita, coi vari aggiustamenti graduali man mano che scorreva la vita; se non si è relazionato in modo paritario, gli aggiustamenti saranno un po’ più laboriosi.
Chi crea la propria situazione non si troverà mai nel ruolo di ribelle o sottomesso, non si contrapporrà a qualcuno. Avrà un’autostima profonda e reale perché starà bene con se stesso e gli altri e non “traballerà” secondo le conferme e i dinieghi ad opera di chi lo vorrà manovrare a suo interesse personale. Per creare aggregazione ci vuole costanza, chiarezza d’intento e impegno, perché non dobbiamo sostituire, né essere sostituiti nello svolgimento del quotidiano, fatto di lavoro manuale per procurarci l’indispensabile; di decisioni e fantasia su come attuarlo e gioia nel realizzarlo.

Letizia
dal Seminasogni

Il contadino felice e il “seminasogni”

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