Col corpo capisco

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[…] Scusami. Di cosa ti scusi?, domanda lei. Sto sudando, risponde Kobi, e a lei si stringe il cuore. No, no, macché scusa. Il sudore lubrifica il corpo, è un buon lubrificante. Persino questa frase, ripetuta migliaia di volte nei suoi vent’anni di insegnamento, ora risuona chiara e fresca… Strofinalo, spalmatelo su tutto il corpo, goditelo, non c’è odore migliore di quello del nostro sudore. Lui la guarda perplesso, si strofina il sudore sulle braccia fino a farlo penetrare nella pelle e per una frazione di secondo il suo volto cambia, si fa tenero, indifeso, fragile. Nili vede per la prima volta nei suoi occhi una spenta tristezza e pensa che laggiù nemmeno lo yoga potrà arrivare.

[…] E’ questo il punto, non ho idea di cosa succeda. Nili apre la mano in un gesto di impotenza. Questo ragazzo semplicemente sa, conosce il suo corpo in modo intuitivo, come posso spiegartelo? E’ come se il suo spirito potesse arrivare ovunque senza problemi – la sua voce si smorza con dolcezza. Cavolfiori era il termine con cui Liora anni prima aveva definito le “faccende spirituali” di Nili, e lei l’aveva accettato con rassegnazione, con forzata autoironia. Guarda, Lilush, è interessante che proprio gli esercizi di forza, quelli per gli addominali, le flessioni, i piegamenti, tutti quegli esercizi che i ragazzi praticano come dei forsennati rovinandosi la schiena per la vita, non fanno per lui, davvero. Kobi è incredibilmente debole per un ragazzo della sua età, gracilino. Come se si fosse atrofizzato di proposito. Questo pensiero strano, raggelante, la colpisce. Però ha una flessibilità, una sinuosità, una melodia del corpo, che non si vedono talvolta nemmeno in chi pratica lo yoga da dieci anni. (Quel tono di voce, pensa Liora rabbrividendo, quel suo tono velato.) Non è solo il corpo, capisci? E’ qualcosa che scaturisce da lui in un punto diverso, è come se lui…

[…] Lui è in piedi, le sue spalle, involontariamente, si contraggono, si incurvano.
Lei lo vede allontanarsi, inafferrabile, estraneo, e intuisce che questa sua capacità di estraniarsi rappresenta forse il compendio della sua filosofia di vita.

[…] “Quando la mia coscienza sarà limpida e pura, la realtà vi si rispecchierà nitida.

[…] Ogni volta che nell’aria vibrava il “gong” di una frase ben formulata e perentoria, una qualche verità lustra e ridondante, Nili sentiva una vaga puntura alla tempia sinistra, la bruciatura di un’offesa familiare. Si chiudeva in se stessa e le parole si disperdevano, vagavano nella sua mente con una sorta di fiacca rinuncia, diventando nuvole soffici di impressioni che lentamente si dissolvevano. Io afferro le cose solo in modo intuitivo, spiegava a se stessa e ai suoi cari stringendosi nelle spalle, sono una sensitiva, non un’erudita… Sai, sbotta ora con strana foga, a dire il vero non sono portata per le cose astratte, in generale lascio molto a desiderare sotto un profilo teorico. E anche sotto un profilo pratico – ammette con il solito sorrisetto – non riesco ad assimilare i fatti. Ecco, le cose stanno così. Poi tace, sbalordita.
Ma per insegnare lo yoga – domanda il ragazzo, sconcertato da quella confessione – non bisogna sapere queste cose? Queste massime?
Sai, spiega lei con semplicità, quando eseguo un esercizio, capisco.
Col corpo, capisco.

[…] Si siedono a gambe incrociate, impettiti. Nili chiude gli occhi, si concentra. E’ come se ci fosse un luogo laggiù, dentro di me, dice, un posto tranquillo, a cui posso arrivare, in qualunque situazione, o quasi. Almeno un tempo potevo, dice tra sé, ci arrivavo in un minuto.
Un poco alla volta anche tu potrai trovare un posto simile. Gli fa un mezzo sorriso e con la mano toglie un filo invisibile dal petto del ragazzo. Lo sente vibrare, avverte le pulsazioni del corpo di Kobi, incessanti, come se in lui battesse un secondo cuore, lontano, clandestino. E’ una questione di esercizio, dice, anni di esercizio per riuscire a trovare la tranquillità, per poterci arrivare, ovunque ti trovi, in mezzo al rumore più assordante, al degrado, alla volgarità.

[…] Lei, come al solito, ha capito il mio silenzio e, invece di una risposta, ha cercato di insegnarmi ancora una volta a proteggere me stessa, a non permettere al dolore del mondo, a qualsiasi altra cosa, di insinuarsi dentro di me. Nemmeno al grande amore della tua vita, ripeteva, ma a quel tempo io non avevo nessun amore. Nemmeno alla persona che più ami al mondo. Poi sorrideva, quel sorriso stupendo, ingenuo: nemmeno a me.

[…] Mi solca in profondità, è un piacere, fino a farmi sanguinare. Per lei e per ciò che sparirà con lei. Per quelle sensazioni che solo Nili riesce a risvegliare in me e per il pensiero – che ora mi fa uscire di testa – delle cose di seconda mano a cui ci si abitua quando si vive troppo tempo nell’ombra, o nel riflesso, di chi sta in piena luce. Quando si rimane sbiaditi in silenzio mentre lei riempie la stanza, tutte le stanze, con la sua voce, la sua risata, i suoi colori, e quando, a poco a poco, questo restare in disparte si trasforma in ideologia. Allora si inneggia all’ombra, si giura fedeltà al grigiore, con stupido e misero orgoglio si evita tutto ciò che è di prima mano. Finché, molto presto, ci si dimentica di cosa è possibile volere, di cosa è consentito, ci si abitua alla fotosintesi, alla luce della luna. Ma basta, cosa mi succede? Devo tornare da lei.

David Grossman

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