天頂

Se il ruolo dell’insegnante si limitasse alla trasmissione di messaggi impersonali e standardizzati, sarebbe inutile che egli si spostasse per venire al dōjō [comunemente traslitterato come dojo, è un termine giapponese che indica il luogo ove si svolgono gli allenamenti alle arti marziali]. Per gli allievi sarebbe la stessa cosa. Una apparecchiatura audio-video sarebbe più che sufficiente.
Il suo vero ruolo dovrebbe essere invece proprio quello di influenzare gli allievi con la propria presenza e personalità in modo da toccare il loro inconscio. Egli insegna e contemporaneamente impara da loro. Vede in questi ultimi il riflesso di ciò che lui stesso è. L’insegnamento non è unilaterale. Esso, di fatto, è reciproco.
Qualche parola sull’insegnamento esoterico che veniva praticato nell’epoca feudale e che fu conservato in Giappone fino a prima della Seconda guerra mondiale.
L’insegnamento, che si trattasse di un’arte marziale o di un mestiere tradizionale, era di due tipi: uno si indirizzava agli amatori e l’altro a coloro che volevano farne la propria carriera.
Cosa davvero curiosa, che contrasta con la nostra concezione basata sui princìpi dell’educazione moderna, è che l’insegnamento completo era riservato solo agli amatori.
Cosa facevano allora, i veri apprendisti professionisti? Si occupavano, dal mattino alla sera, senza un minimo di sosta, dei lavori domestici, della pulizia della casa e del giardino, di preparare e rammendare i vestiti del Maestro, di preparare il cibo per lui e il bagno, insomma di tutto, come perfetti schiavi. Se in questi lavori c’era il minimo difetto, il Maestro li rimproverava severamente. E con tutto ciò, non avevano accesso alle lezioni di cui beneficiavano gli amatori.
Era qualcosa di irrazionale, non è vero? Era diametralmente l’opposto dell’insegnamento moderno.
Ma se per un verso, certo, si può definire irrazionale questo metodo, per l’altro non lo era.
Il fatto è che gli schiavi-apprendisti ardevano dal desiderio di conoscere l’insegnamento del Maestro, desiderio reso ancora più forte dal fatto che ne erano privati. Tutto quello che potevano ottenere erano poche parole sentite per caso, portate dal vento, rimproveri, gesti e modi del Maestro, briciole delle dimostrazioni accordate agli amatori, intraviste attraverso la fessura di una porta ecc.
Poiché il desiderio veniva intensificato dalla privazione, diventavano spie, ladri dell’insegnamento. Assetati, non si lasciavano sfuggire alcun dettaglio di ciò che perveniva loro.
Il diamante è prezioso perché è raro. Se ce ne fossero in abbondanza, si brucerebbero nella stufa per scaldarsi.
Tra Maestro e amatori, c’era comunicazione. Tra Maestro e apprendisti, c’era trasmissione inconscia, da anima a anima.

 

Kaizen

«Di fronte alla grandezza del Maestro Ueshiba, che ho avuto la fortuna di conoscere solo nei suoi ultimi anni, mi sento come una pozza d’acqua a fianco di un oceano. Così non commetterò mai lo sbaglio di voler rappresentare la sua tecnica inimitabile.
Agisco unicamente su richiesta di coloro che trovano che una piccola candela possa comunque essere di una certa utilità quando l’oscurità è completa.
Sarei invece felice se l’immaginazione dei praticanti fosse abbastanza forte da cogliere, attraverso di me, il messaggio d’Amore di cui parlava il grande Maestro.
L’Aikidō si diffonde nel mondo e l’insegnamento si organizza. Allo stesso tempo si rafforza l’aspetto amministrativo.
Se è vero che questo aspetto è un’inevitabile conseguenza dello sviluppo, e se esso comporta delle innegabili facilitazioni, bisogna anche vedere il lato meno favorevole della cosa. L’amministrazione è capace di soffocare l’iniziativa e di paralizzare l’intuizione.
Ricordiamo che nel Medioevo, in Giappone come in Cina, che si trattasse dell’insegnamento zen o dell’apprendimento delle arti marziali, era l’allievo a scegliere il Maestro e non il contrario. L’allievo, guidato unicamente dalla propria intuizione, partiva in pellegrinaggio verso diversi Maestri finché non ne trovava uno che rispondesse alle sue aspirazioni.
Questo pellegrinaggio era chiamato henzan, giro delle montagne, dai monaci zen.
Oggi, sento parlare di lotta tra le organizzazioni, di prestigio, di sfere d’influenza, e ne sono rattristato.
Cosa diventa l’Amore universale predicato dal Maestro? E cosa diventa il mondo, che lui concepiva come una sola e unica Famiglia?
Posso augurarmi che l’Aikidō porti l’Amore e non il dissenso, che l’insegnante sia libero di insegnare nel modo che concepisce e che l’allievo sia libero di scegliere l’insegnamento che gli piace?»

Itsuo_Tsuda

Da «France Culture»
«Il Movimento rigeneratore»
Trasmissione 2

[…]

D.: D’altronde lei lo scrive che gli europei hanno bisogno di capire prima di agire. Non si buttano immediatamente nell’azione.

I.T.: Appunto per questo, quello che faccio, lo faccio diversamente da come verrebbe fatto in Giappone. Spesso in Giappone non si spiega, ci si tuffa subito nell’esperienza, sta a ciascuno trarne la lezione. Ebbene, in Occidente questo non funziona. Si ha bisogno di capire prima. Ma la comprensione non basta. Posso anche fornire a degli ascoltatori spiegazioni sul nuoto, questo non permetterà tuttavia di tuffarsi in acqua. Finché non si è sentito il contatto con l’acqua, ci si può riempire la testa con spiegazioni di ogni tipo ma non serve a niente.

[…] L’Aikido è una via che ci conduce a uscire dalla nostra «pelle», a staccarci dagli esseri umani, al fine di conciliarci con l’universo.
Tuttavia, per staccarci dagli umani, bisogna mettersi in contatto con essi. Senza di questo, il distacco non sarebbe che una parola vana. Questa è la ragion d’essere della tecnica.

da Cuore di Cielo Puro
di Itsuo Tsuda

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