de Testo

Il 7 Ottobre 2016 questo spazio ha compiuto 3 anni.
Per onorare questa avventura, pubblico una cosa che abbozzai 12 anni fa, e che oggi vedrà la luce.

[…]
Prima nessuno mi sorvegliava, adesso sono sorvegliata.
I tulipani si voltano verso di me, e la finestra dietro
dove quotidianamente la luce si allarga e si assottiglia,
io mi vedo, piatta, ridicola, ombra di carta ritagliata
fra l’occhio del sole e gli occhi dei tulipani,
non ho faccia, ho voluto cancellarmi.
I vividi tulipani consumano il mio ossigeno.

Prima che arrivassero l’aria era abbastanza calma,
pulsava, respiro dopo respiro, senza scompiglio.
Poi i tulipani l’hanno riempita di un gran rumore.
Ora l’aria spinge e gli vortica attorno come un fiume
spinge e vortica attorno a una macchina rosso-ruggine affondata.
Concentrano la mia attenzione, che era felice
giocando e riposando senza impegnarsi. […]

I tulipani Sylvia Plath


addionucleare

deTesto

laBorAtoRio di coMunIcAziOne

# 0 estate autunno 2004

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In ricordo di Sandro, del suo fuoco, e di quanti prematuramente lasciano un vuoto incolmabile nelle nostre vite, con la speranza che nulla sia vano, che continui senza sosta la genuina lotta contro tutto ciò che opprime, che ci opprime e ci soffoca; che i nostri spiriti ribelli mai si addormentino.
Terrorista è chi ci governa, chi avvelena e domina il pianeta, non chi rischia la propria libertà per quella degli altri esseri viventi, chi mette in gioco la propria vita per salvarlo.

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E’ possibile condividere, o passivamente accettare a tal punto da non opporsi, il nonsenso di un’esistenza adepta al consumismo più sfrenato, ai viscidi comportamenti degli esseri umani?
Mentre libertà, giustizia, pace ed amore rischiano giorno per giorno di non vedere la luce a causa del nostro comportamento talvolta troppo superficiale, scontato, sconsiderato, acritico, c’è chi si impegna nella sistematica distruzione del pianeta per le proprie soddisfazioni personali, per luridi interessi economici, avidi istinti, facendo sì che questo scempio sembri inarrestabile, la macchina di morte e distruzione indistruttibile. Quando è esattamente l’opposto. Quanta idiozia nei comportamenti degli esseri umani, sempre più diretti verso futuri da automi, da macchine parlanti, futuri sintetici ricostruiti in plastica a causa di un passato devastato, e colate di cemento su questi giorni. Preferiamo seguire gli istinti più beceri anziché quelli più elevati, razionalizzare anziché seguire i nostri desideri più puri, lo scontro fine a se stesso anziché provare a riscoprirci fratelli, compagni, ed insieme organizzare la lotta per sconfiggere i nemici comuni che da sempre esercitano il loro devastante dominio su noi: l’assatanato autoritarismo, la strategia del controllo, l’assurda violenza e tutte le meccaniche di morte degli sfruttatori della Terra e dei loro decerebrati servi.
Essere umano a volte mi fa schifo.

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Neutralizzato ogni giorno dal vostro progresso
non riesco a ignorare quello che avevamo
mentre osservo i miei passi costretti
alla morte
dai ritmi e i colori
di un mondo d’asfalto
Viviamo le meccaniche di un mondo
che non ci appartiene
credendo che sia normale

Torquemada – Torino HardCore

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Ciò che chiamano “Nuovo Ordine Mondiale” sancisce l’equazione “forza=diritto”.
E’ la base su cui verrà fondato un potere basato sul sangue e lo sfruttamento,
inattaccabile dal dissenso.
Autoritario nella sua struttura,
oppressivo e violento,
è il ritorno all’età della pietra della civilizzazione:
la legge del più forte contro i diritti dei più deboli.
La fine di ogni libertà.

D.I.A. – Lecce HardCore

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Killer interest: Power
too much in the wrong hands.
System slaves
in agony

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Deserto di rovine nell’orizzonte sconfinato
di un sogno non ancora iniziato
e già bruciato.

Neri desideri.

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Come l’aratro solca la terra
così il dolore solca l’anima
lasciando in fondo al cuore
un deserto di passione

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Ma è proprio dalle ceneri
che un giorno si rinasce
Sono quelle le ferite
che ti rendono più forte
quel sorriso che ti spunta
nel rialzar la testa,
quel sorriso coraggioso figlio…
dell’ultima sconfitta!

Sandro

the-casanovas

L’inferno che ho dentro

Tu che ne sai del vuoto, del buio
E del niente. Il silenzio attorno mi schiaccia.
E io qui respiro cemento
Ora quel fuoco dov’è, ora l’incendio dov’è
Questo è tutto il mio male, tutto il male
Che ho dentro, questo è tutto quanto
Tutto quanto il mio inferno
Guardo già tutti gli altri morti dentro
Tu puoi anche chiudere gli occhi
Tanto sai è vero. Ora la solitudine
Ora la morte dentro, ora il vuoto
E ora sempre il niente
Spara, spara ti aspetto
Spara, sparami qua

Delikuium – Cuneo HardCore

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italian $hit

Manipolated information
Like slaughter-house meat
An army of slaves
A mass of ignorants
All the same
All turn off
All the happy
Fuckin’ shit

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Vivisezione omicida

Violenza cieca e bruta
Violenza che uccide ogni speranza
Violenza buia
Come la luce della stanza
Dove ogni giorno la tortura
Entra come un bisturi
Nelle viscere della paura:
Vivisettore omicida!
E ogni giorno mi dilania il cervello
Lo stesso tormento
Come posso resistere
E porre fine a questo lento
Sadico gioco perverso
Che mi disfa le membra
E mi trapassa il cuore
Uccidendomi di dolore?

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Perdendosi in fragili sentieri
Cercando la strada
Smarrita
La ragione
Di una vita

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giorni passati
inquieti e tormentati
si destano dal torpore
ed iniziano ad urlare
giorni ancora
colmi di speranze
e cocenti delusioni
subbuglio d’emozioni
notti insonni e sudate
notti sole e abbandonate
senza affetto nè comprensione
senza sapere cosa fare
con l’ansia di vivere
che brucia dentro
soli al mondo
come foglie al vento

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Non sarà che un silenzio
di notte fonda
a destarci dal torpore
e di luna piena
gioire in mezzo a un prato.

Nel bosco della vita

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The power of the rule is the drug of the society
That drown in the shit of billions foolish people
And the answer at the question
“Do you want to become a slave of our domination?”
It’s always the same. Always the same:
No!
Is the answer to begin a sort of action
That built in our hearts a new (r)evolution
(Extreme conditions demand extreme responses)

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Se dovessi definirmi da un punto di vista religioso direi di considerarmi un animista. Credo cioè che esista uno spirito, un’anima in tutti gli uomini, gli animali, i vegetali e gli stessi oggetti, per il fatto stesso che tali oggetti sono o sono venuti in contatto con lo spirito di un essere vivente; in alcuni casi questi oggetti sono stati addirittura «costruiti» dagli esseri viventi e ne riproducono in qualche maniera l’essenza spirituale.: per questo motivo ho sempre molto rispetto anche delle cose, degli oggetti e mi dispiace danneggiarli o romperli. Per questo sono contrario al consumismo: la super produzione industriale svilisce il valore dell’oggetto e ne facilita la distruzione. Questo mio animismo non è da confondere con l’immanentismo di Spinoza, il quale partendo dal concetto o meglio dalla fede di Dio asseriva che Dio stesso è in tutte le cose. Io non mi pongo il problema di Dio ma quello dello spirito che gli esseri viventi dimostrano di avere attraverso il loro comportamento. E’ la comunicazione tra questi esseri dotati di spirito con le cose inanimate che conferisce loro una porzione di spirito o di più spiriti. Tutti questi frammenti contribuiscono a creare un grande spirito, un grande respiro animistico di cui tutti facciamo parte. Quando parlo di Dio lo faccio perché è una parola comoda, da tutti comprensibile ma in effetti mi rivolgo al Grande Spirito in cui si ricongiungono tutti i minuscoli frammenti di spiritualità dell’Universo.

Faber

terra

Diminuire il dolore umano (per quanto possibile)
Oggi, in conseguenza dei sentimenti che si sono sviluppati nella parte più progredita dell’umanità, per gli uomini che sono arrivati a concepire e desiderare una umanità di liberi affratellati dal sentimento di solidarietà e di amore, sono disprezzabili le cosiddette virtù guerriere, il desiderio di dominio, la voglia di sfruttare il lavoro altrui a costo della miseria morale e materiale dei lavoratori, tutto ciò insomma che tende a far soffrire ed a far odiare.
Questo sentimento di repulsione per tutto ciò che si considera basso, vile, cattivo è fattore di bene e salva da quei facili accomodamenti colla propria coscienza nei quali naufragano troppo spesso i caratteri meno temprati.
Ma bisogna distinguere; poiché spesso il disprezzo deriva da un esagerato apprezzamento di sé stesso, da un sentimento di pretesa superiorità, da un “superomismo” che in generale è frutto d’ignoranza presuntuosa e di mancato sviluppo morale.
In fondo tutti gli uomini e tutte le cose, anche quando in complesso sembrano o sono disprezzabili, hanno i loro pregi specifici, ed è errore vedere solo il male, come sarebbe errore vedere solo il bene.
Forse più che “disprezzare” sarebbe utile cercare di “apprezzare” ogni uomo ed ogni cosa al suo giusto valore per respingerne il male e profittare del bene.
“Odio” è la passione per la quale si vuole male ad altri, ed è certamente sentimento cattivo, sentimento inferiore nella scala dei valori morali. Esso può essere reazione eccessiva e mal diretta contro i malvagi, ma è anche molto spesso frutto d’invidia, di corrodimento intimo di non potere mettersi al posto del malfattore e fare come lui o peggio di lui.
Odiare il male, odiare le istituzioni che producono o favoriscono il male (se odio può chiamarsi il lottare per un mondo migliore) è ottima cosa, ed in questo senso noi dobbiamo essere odiatori intensi ed inconciliabili.
Ma odiare degli uomini e volerne il male?! E’ questo possibile quando si sa quanto siano fallibili tutti ed a quanta poca cosa si riduca la responsabilità individuale di fronte alle forze naturali e sociali che ci formano e ci opprimono? Lasciamo questo voler punire, questo voler pagare il male con il male ai facitori di codici penali ed ai giudici ed agli sgherri che si incaricano di applicarli: la missione che noi ci siamo dati è quella di redimere, è quella di diminuire per quanto è possibile il dolore umano.
E poi, l’odio è spreco di energia. Chi odia combatte male e non può mai godere di quella tranquillità di coscienza, di quella intima contentezza che è tanta parte della felicità. […]
Il che non vuol dire che dobbiamo diventare degli agnelli. Lo siamo già stati troppo; e l’esperienza attuale è venuta ad aggiungersi a tutta l’esperienza storica per dimostrare che chi si fa agnello trova sempre il lupo che se lo mangia. Ma non dobbiamo nemmeno diventar lupi a nostra volta. Dobbiamo essere, ed incitare i lavoratori perché lo siano, uomini fieri che non fanno prepotenze e non ne sopportano, che non offendono e non si lasciano offendere.

Errico Malatesta, tratto da “Pensiero e Volontà

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Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto: adoravate, prostrati, la vostra libertà,
Come gli schiavi si umiliano, lodando il tiranno che li uccide.
Al bosco sacro e all’ombra della torre ho veduto, ahimé: per il più libero di voi la libertà non era che prigione.
E il mio cuore sanguinò; perché sarete liberi soltanto quando imbriglierete il vostro desiderio di libertà, cessando di considerarlo un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando l’affanno riempirà il vostro giorno, e il bisogno e il dolore la notte.
Sarete più liberi con questa cintura, e più alti, nudi e senza vincoli.
Ma come potrete innalzarvi oltre i giorni e le notti, se non spezzerete le catene che, all’alba della vostra conoscenza, imprigionarono il meriggio?
Quella che chiamate libertà è la più forte di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino, scintillando al sole.
E ciò che vorreste escludere per essere liberi, non è forse parte di voi stessi?
L’ingiusta legge che vorreste distruggere è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto, né lavando la fronte dei giudici, neppure con il mare.
Se volete privare un despota del trono, badate che il vostro trono sia già stato distrutto.
Poi che il tiranno può regnare su uomini liberi e fieri, solo per una tirannia nella loro libertà e una vergogna nel loro orgoglio.
E se volete liberarvi di un affanno, ricordate che voi l’avete scelto, e non vi è stato imposto.
E se volete disperdere un timore, cercatelo in voi e non nella mano di un nemico.
In verità ciò che bramate o che temete, che vi ripugna e vi accarezza, ciò che evitate o perseguite, ogni cosa in voi lievita in un tenace e incompiuto abbraccio,
E come luci e ombre accoppiate in una stretta, vi fermenta in cuore.
E se un’ombra dilegua, la luce che si accende diventa un’ombra per un’altra luce.
Così se la vostra libertà spezza le catene essa diventa la catena di una libertà più grande.
– – –
Voi parlate quando non siete più in pace coi vostri pensieri;
E vivete con le labbra quando non è più un rifugio la solitudine del cuore, e il suono è uno svago e un passatempo.
In molte parole il vostro pensiero è ucciso.
Poi che il pensiero è un lieve uccello, che può spiegare, sì, le ali in una gabbia di parole, ma non potrà volare.
Tra voi vi sono quelli che per non stare soli cercano gli uomini loquaci.
Il silenzio della solitudine scopre la loro nudità, e vorrebbero fuggirla.
E vi sono quelli che parlano di verità incomprese a loro stessi con parole ignoranti e imponderate.
E quelli invece che hanno in sé la verità, ma non la esprimono in parole.
Nel loro petto lo spirito dimora in un armonico silenzio.
Se per la strada o sulla piazza di mercato incontrate un amico, lasciate che lo spirito muova le labbra e vi guidi la lingua.
Lasciate che la voce della vostra voce parli all’orecchio del suo orecchio.
Giacché custodirà nell’anima la verità del vostro cuore, come si ricorda il sapore del vino quando il bicchiere e il suo colore sono ormai perduti.

Gibran Kahlil Gibran, “Il Profeta

tusarailiberoveramente

Con infinita dedizione i miei genitori sono riusciti a migliorarmi e a plasmarmi affinché potessi comparire in società senza causare troppo imbarazzo – un evento che oggi non comporta quasi nessuno sforzo particolare da parte mia. So imitare abbastanza bene la maggior parte dei gesti di un maschio adulto e normale, e come tutti porto con disinvoltura la maschera di morte.

David Grossman, “Che tu sia per me il coltello

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La mia pazzia

Ci sono vari gradi di pazzia, e più sei matto e più la tua pazzia risulterà evidente agli occhi degli altri. Per quasi tutta la vita ho nascosto la mia pazzia dentro di me, ma è qui, esiste. Per esempio, un tale, uomo o donna, mi sta parlando di una certa cosa; be’, quando inizia a rompermi l’anima con i soliti luoghi comuni, me lo immagino con la testa sul ceppo della ghigliottina, oppure dentro un enorme tegame, a friggere, e intanto mi guarda con occhi terrorizzati. Se queste fantasie si avverassero, molto probabilmente tenterei un salvataggio, ma mentre sono lì che mi parlano non posso fare a meno di immaginarmeli così. O, più pietosamente, li vedo allontanarsi di corsa in bicicletta. Il fatto è che ho dei problemi con gli esseri umani. Gli animali, li adoro. Non mentono mai, e di rado tentano di aggredirti. A volte fanno i furbi, ma questo è tollerabile. Non vi sembra?
Gran parte della mia vita da ragazzo e da adulto l’ho passata in piccole stanze, raggomitolato a guardare le pareti, le persiane rotte, i pomelli dei cassetti dei comò. Non ero indifferente alla femmina, e la desideravo, ma non così tanto da dannarmi per procurarmela. Mi piacevano i soldi, ma anche lì, come per la femmina, non volevo fare le cose necessarie per averli.
Volevo appena quanto mi bastava per una stanza e qualcosa da bere. Bevevo da solo, generalmente a letto, con le cortine abbassate. A volte andavo nei bar per dare un’occhiata alla specie umana ma la specie restava sempre uguale – niente di straordinario, nella migliore delle ipotesi.
In tutte le città setacciavo le biblioteche. Un libro dopo l’altro. Pochi mi dicevano qualcosa. Per lo più erano come polvere nella mia bocca, sabbia nella mia mente. Nessuno aveva niente a che vedere con me o con quel che provavo: dove mi trovavo – in nessun posto – che cosa facevo – niente – e cosa volevo – sempre niente. I libri del passato servivano soltanto a ingigantire il mistero di avere un nome e un corpo, di camminare, parlare, fare le cose. Nessuno sembrava corrispondere alla mia particolare pazzia.
In alcuni bar diventavo violento, ci furono risse di strada dalla maggior parte delle quali uscii pesto e sconfitto. Ma non lottavo contro nessuno in particolare, non ero inferocito, soltanto che non riuscivo a capire le persone, il loro modo di essere, di agire, di presentarsi. Entravo e uscivo di galera, venivo sfrattato dalle stanze. Dormivo sulle panchine dei parchi, nei cimiteri. Ero confuso, ma non ero infelice. Non ero cattivo. Solo che non riuscivo a ricavare niente da quello che avevo intorno. La mia violenza si contrapponeva all’evidenza del tranello, io gridavo e loro non capivano. E anche nelle risse più furibonde, guardavo il mio avversario e pensavo: perché è arrabbiato? Vuole uccidermi. Allora dovevo tirare pugni per liberarmi dalla bestia che avevo dentro. La gente non ha senso dell’umorismo, si prendono tutti così cazzutamente sul serio.
A un certo punto, e non so proprio da dove sia sbucata, mi è venuta l’idea che forse avrei dovuto diventare uno scrittore. Forse potevo scrivere le parole che non avevo letto, forse così facendo mi sarei scrollato dalla schiena quella tigre. Così ho iniziato, ed è passato qualche decennio senza troppa fortuna. Adesso ero un matto scrittore. Altre camere, altre città. Sprofondai sempre più in basso. Una volta ad Atlanta mi stavo assiderando in una baracca di carta catramata, vivevo con un dollaro e un quarto a settimana. Nè acqua corrente, né luce, né riscaldamento. Stavo seduto ad assiderarmi nella mia camicia da californiano. Un mattino trovai un mozzicone di matita e cominciai a scrivere poesie sui margini dei vecchi giornali sparsi sul pavimento.
Finalmente, a quarant’anni, pubblicarono il mio primo libro, una raccoltina di poesie: ‘Il fiore, il pugno e il gemito bestiale’. Era arrivato un pacco di libri con la posta; aprii il pacco e dentro c’erano i libriccini. Si rovesciarono sul pavimento, tutti quei libriccini, e io mi inginocchiai fra loro, ero in ginocchio e raccolsi una copia e la baciai. Questo trent’anni fa.
Scrivo ancora. Nei primi quattro mesi di quest’anno ho scritto duecentocinquanta poesie. Sento ancora la follia scorrermi dentro, ma ancora non ho scritto le parole che avrei voluto, la tigre mi è rimasta sulla schiena. Morirò con addosso quella figlia di puttana, ma almeno le ho dato battaglia. E se fra voi c’è qualcuno che si sente abbastanza matto da voler diventare scrittore, gli consiglio va’ avanti, sputa in un occhio al sole, schiaccia quei tasti, è la migliore pazzia che possa esserci, i secoli chiedono aiuto, la specie umana aspira spasmodicamente alla luce, e all’azzardo, e alle risate. Regalateglieli. Ci sono abbastanza parole per noi tutti.

Charles Bukowski

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Rinchiuso appiattito umiliato
corrotto costretto piegato
ridotto ad uno stato larvale
sepolto in un mondo insensato
universo orwelliano di morte
morte, demenza, dolore
– dietro alle sbarre
dietro alle sbarre –
forse vi sembra normale
pensate che sia necessario
violentare ogni giorno gli avanzi
di dignità umana
in nome della paranoia
annullare individui coscienti
perché non sapete sognare
un mondo senza nessuna prigione

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L’essere umano nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

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